Dai tempi di Linneo, che fu il primo a indicarla come di genere monotipico, Cannabis Sativa è il nome scientifico e più onnicomprensivo per indicare la pianta di canapa. Da allora sono state proposte varie classificazioni e divisioni delle sue tipologie: indica, ruderalis; fino ad affermare, giusto per fare un esempio, che “l’identità genetica di un ceppo di cannabis non può essere determinata con precisione attraverso il suo nome comune. Negli anni c’è stato un continuo mescolamento nelle varietà, a oggi non esistono più varietà pure” (Sawler et al., 2015). È chiaro dunque quanto sia difficile distinguere diversi tipi di cannabis.

A porre una distinzione più semplice da afferrare è la presenza, nell’infiorescenza femminile della pianta, di una determinata percentuale di THCA, ossia tetraidrocannabinolo in forma acida (che diverrà THC in forma attiva con la decarbossilazione, frutto dell’azione combinata di calore e tempo). Il THC è l’unico cannabinoide nel fitocomplesso della canapa a sviluppare effetti psicotropi, quindi la sua presenza/assenza distingue rispettivamente il ramo terapeutico/voluttuario da quello industriale/tecnico.
Qui si pone già un problema concettuale circa la terapeuticità della pianta, che non è legata esclusivamente al THC, ma a tutto il fitocomplesso. Il CBD, ad esempio, ha notevoli applicazioni oramai abbondantemente suffragate dalla ricerca; così flavonoidi e terpeni. Li stessi cannabinoidi in forma acida (THCA compreso) dimostrano inesplorate potenzialità e proprietà benefiche. Così la canapa industriale non sarà mai del tutto priva di molecole e sostanze che, una volta estratte e lavorate, potrebbero avere effetti “terapeutici” su certi soggetti, ma probabilmente non sarà stata cresciuta secondo standard e protocolli adatti a un prodotto officinale.

Marijuana poi, è la dicitura messicana per l’infiorescenza femminile essiccata della cannabis e con il tempo ha preso a essere utilizzata per indicare tutta la pianta. Il richiamo alla lingua ispanica sorregge gran parte dello sforzo mediatico proibizionista americano di metà anni trenta; si veda, ad esempio, l'articolo Marihuana menaces youth del 1936, uscito su Scientific American: “La marijuana [...] è diventata una seria minaccia. I suoi effetti sono molti, tra i quali [...] il desiderio di uccidere. La dipendenza da questa droga è diffusa in Messico e le autorità stimano che almeno una persona su quattro, in alcuni stati del sud, la usa” (Verga 2008, p.323). In seguito l'articolo menziona alcune statistiche circa l'enorme percentuale di dipendenti da cannabis nel campione dei carcerati a New Orleans. Così la parola marijuana ha finito per essere associata con fin troppa facilità e semplicioneria all’uso voluttuario e ricreativo della cannabis.
Ora che il proibizionismo fa parte del passato e gli USA stessi sono tra i paesi più all’avanguardia nell’uso di cannabis con scopi terapeutici o voluttuari (pur se con delle differenze tra stati, e una certa farraginosità nel rapporto tra stati e istituzioni federali), è importante distinguere tra la cannabis terapeutica di grado farmaceutico e la marijuana acquistata sul mercato nero, oltre la semplice differenza tra un prodotto legale e uno illegale. La cannabis coltivata a fini medico-terapeutici segue standard di produzione detti GMP (good manifacturing practices) che le conferiscono in sostanza due caratteristiche fondamentali: una certa standardizzazione nella concentrazione di THC e CBD nelle infiorescenze, e la sicurezza che il prodotto finito non sia intaccato da contaminanti o agenti patogeni. Tali qualità sono indispensabili per utilizzare la sostanza come un vero e proprio farmaco e valutare le risposte dell’organismo. Non a caso, uno dei problemi fondamentali nella ricerca legata alla canapa medica è proprio la mole di studi e risultati raccolti, specialmente in passato, attraverso la somministrazione di sostanze affatto controllate.